L’Italia dello sport si ferma, col fiato spezzato, davanti alla notizia che nessuno avrebbe mai voluto leggere: Alex Zanardi non c’è più. A 59 anni se ne va un atleta che ha riscritto il concetto stesso di resilienza, trasformando ogni frattura della vita in un nuovo inizio. Non un semplice campione: un faro, un manifesto vivente di ciò che significa rialzarsi quando tutto sembra perduto.
La sua storia è una di quelle che sfidano la logica. Nel 2001 l’incidente che gli portò via entrambe le gambe avrebbe potuto chiudere ogni capitolo. Lui invece lo trasformò in un prologo. Ripartì, ricostruì, reinventò. E da quel momento il mondo smise di chiamarlo “ex pilota” per riconoscerlo come simbolo planetario di forza e umanità.
Nel paraciclismo ha dominato come pochi: quattro ori e due argenti olimpici tra Londra e Rio, un palmarès che da solo basterebbe a definire una carriera. Ma Zanardi non si è mai accontentato delle etichette. Con la sua handbike ha lasciato impronte profonde anche nelle grandi maratone internazionali: New York 2011, conquistata alla terza partecipazione; la Venicemarathon 2009, primo trionfo da handbiker e punto di svolta della sua seconda vita sportiva; sei vittorie a Roma, oltre ai legami con Firenze e Padova. Ovunque andasse, non portava solo un pettorale: portava un messaggio.
Nel 2020 un altro incidente, terribile, durante una staffetta benefica. Anche allora la sua battaglia è diventata quella di un Paese intero. Oggi quella battaglia si chiude, ma la sua eredità resta intatta: Zanardi è l’esempio che ogni limite può diventare una linea di partenza.
